un porto nuovo, per noi

 Nasce lo spazio Hanife Ana!

Hanife Ana fu una nave di Istanbul che decise di incagliarsi malamente un giorno sulla costa pugliese. Alcuni viandanti la
notarono, ne piansero per qualche giorno la dipartita, poi decisero (gente ottimista) di concederle lunga nuova vita intitolandole un’Associazione Culturale.
Nacque in questo modo Hanife Ana teatro jazz. Al timone, alla stiva, alla ramazza Gianfranco Fedele, Alessandro Melis, Savina Dolores Massa, Michele Porsia (poeti, scrittori, musicisti, pittori, attori, dormiglioni, pensatori, nervosetti). I marinai, mai fermi in un solo porto, decisero di far navigare Hanife per mari, accogliendo di volta in volta a bordo gente come loro, e anche no.

Dal 3 di maggio 2012, per un anno soltanto
e soltanto nei giorni chiamati giovedì,
la Nave getterà l’ancora a Oristano
in via Sebastiano Mele 5/B.

Chi vorrà visitare la nostra poppa e la nostra prua, partecipare al nostro navigare, estasiarsi agli spettacoli che man mano si realizzeranno, dovrà munirsi di tessera 2012 (euro 10.00) dopo aver percorso la scaletta della nave (c’è anche l’ascensore).

Lo spettacolo è a ingresso libero per i soli tesserati.
Il tesseramento avrà inizio alle 20.30.
Lo spettacolo appena sarete tutti a bordo.

Stavolta a bordo:

3 maggio 2012 ore 20.30
Michela Murgia
legge in anteprima brani dal suo nuovo lavoro
Presente

in uscita per Einaudi l’8 maggio.

Con lei:
Gianfranco Fedele (pianoforte)
Alessandro Cau “Sbiru” (percussioni, oggetti)
Savina Dolores Massa (voce recitante)
Alessandro Melis (voce recitante)

Abà

Il tarantolato arrivò che era ancora giorno,
aveva passo di cavigliere di conchiglie,
e sguardo di tramonto.
Ogni casa si fece postribolo,
e ogni istante agguato.
Ogni carne fu paesaggio, e spreco,
e nessun sogno da allora fu mai sazio.
Disse: abà.
E da nessun’anima più poté sfuggire
il fiore d’ombra dell’estenuazione.
Disse: abà.
E nessuno più comprese
le regole del gioco.
E i cani ammutolirono.
E i galli non cantarono.
E i muri si sbiancarono.
E i pennoni s’inalberarono.
E gli sconfitti si ridestarono.
E le tempeste s’avventarono.
E le belve fiammeggiarono.
E i raggelati si nascosero.
Quando il tarantolato disse: abà,
fu notte, e il passo di conchiglie
fu lontano.

[AM]

per “Abà” – opera/concerto di Gianfranco Fedele
con Gianfranco Fedele (pianoforte)
Alessandro Cau “Sbiru” (percussioni e oggetti)
Gavino Murgia (sassofono, voce)
Oristano, 22 aprile 2012

nella notte

La notte in cui la lucciola scomparve
si fece buio ovunque, all’improvviso.
L’eclissi ci colse alla sprovvista:
non avevamo candele negli armadi.
In strada, i lampioni erano zitti
nelle case, i caminetti spenti.
Non ci fu nessuno che trovasse legna da bruciare.
I fiammiferi? Scomparsi.
Non ci fu gas per accendere i fornelli,
né un tabaccaio che trovasse un accendino.
Le lampadine, tutte insieme, fulminarono:
un solo immenso lampo, e poi fu buio,
la notte in cui la lucciola scomparve.

Dopo la notte in cui la lucciola scomparve,
attendemmo invano che tornasse giorno:
l’alba non venne, quella notte, né quella successiva.
Poi ci stancammo di aspettare e lentamente ci abituammo al buio.
Non è difficile dimenticarsi della luce: è sufficiente
pensare di avere occhi irrilevanti.
A cosa serve uno sguardo? E’ distrazione,
non lo avevamo mai pensato prima: fu una rivoluzione.
Per questo qui da noi è festa nazionale
il giorno in cui la lucciola scomparve.

Ma non pensiate che dal giorno in cui la lucciola scomparve
tutto qui da noi vada come deve: anche nel paese più evoluto
c’è il solito ribelle, il gran rifiuto.
Ma sono pochi, per fortuna, i terroristi della luce
e, anche senza occhi, li scoviamo con cura, i traditori:
adesso qui da noi è fuori legge
chi spreca il tempo
ad attendere una lucciola che torni.

[AM, ripensando a questo articolo di Pierpaolo Pasolini]

ballata della vedovanza

Invedovì che si faceva giugno
e i papaveri s’impallidivano il vermiglio.
Se ne fosse andato di novembre, forse avrebbe pianto,
intuendo parentela fra la sua caduta e quella dell’autunno,
fra l’appassire insopportabile dell’anno
e l’addio che le amputava il desiderio.
Ma ora no, non stava bene il colore delle lacrime
abbinato al giallo in festa del raccolto.
Si pettinò con cura il riflesso nello specchio
(c’era un granulo di polvere sull’occhio:
lo soffiò via come si schiaccia un ragno)
mentre lui si raffreddava nel sudario
e la sua pelle incominciava il crollo.
Il vestito non lo scelse: non c’era nell’armadio
un colore che somigliasse all’urlo.
Tolse le scarpe: il diventare sola
sentì che le obbligava passi scalzi.
In cucina non trovò nessuna spezia
adatta al nulla che sentiva sulla lingua:
l’ultima cena la condì con il rancore
per l’abbandono consumato sopra il letto.

Fu il marito a ritrovarla altalenante
dal lampadario della sala, appesa.
Ammutolì leggendole negli occhi spenti
la vedovanza d’incubo che gliel’aveva uccisa.

[AM, 10 aprile 2012)

ognuno ha il suo lato oscuro

Respiro

Respira. Respira. La senti? E’ aria. E’ tua.
Vai via, ma non lasciarmi. Non avere paura di amarmi.
Guarda: non manca terra dove andare.
Non averne paura: abbine cura.

Vivi a lungo, respira, regala sorrisi, e pianti. Le cose
guardate dai tuoi occhi, sfiorate dalle tue dita:
questo soltanto sarà la tua vita.

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buon compleanno, maestro

Oggi Truffaut compirebbe ottanta anni. così dicono i calendari. Ahi, il tempo, quanto tempo fa perdere ai nostri piccoli pensieri. François per me è la dolcezza, nel cinema. Non so dirlo meglio. Quando ho voglia di carezze, da una storia, metto su un dvd suo. La corsa di Antoine sulla spiaggia, alla fine dei 400 colpi, sarà banale dirlo, mi bagna ogni volta gli occhi. Ma chi se ne importa, di essere banali. Certo, non si può dire che grazie a lui i piccoli Antoine del mondo siano più forti. Ma certo sanno dove andare a cercare carezze. Non è poco.

a chi seppe il canto, tutto intero

szymb2.jpg

È degno di ammirazione il Pi greco
tre virgola uno quattro uno.
Anche tutte le sue cifre successive sono iniziali, cinque nove due, poiché non finisce mai.
Non si lascia abbracciare sei cinque tre cinque dallo sguardo,
otto nove, dal calcolo, sette nove dall’immaginazione,
e nemmeno tre due tre otto dallo scherzo,
ossia dal paragone quattro sei con qualsiasi cosa due sei quattro tre al mondo.
Il serpente più lungo della terra dopo vari metri si interrompe.
Lo stesso, anche se un po’ dopo, fanno i serpenti delle fiabe.
Il corteo di cifre che compongono il Pi greco non si ferma sul bordo della pagina,
È capace di srotolarsi sul tavolo, nell’aria, attraverso il muro, la foglia, il nido, le nuvole,
diritto fino al cielo, per quanto è gonfio e senza fondo il cielo.
Quanto è corta la treccia della cometa, proprio un codino!
Com’è tenue il raggio della stella, che si curva a ogni spazio!
E invece qui due tre quindici trecentodiciannove il mio numero di telefono
il tuo numero di collo di camicia l’anno millenovecentosettantatré sesto piano
il numero degli inquilini sessantacinque centesimi la misura dei fianchi due dita
sciarada e cifra in cui vola e canta usignolo mio oppure si prega di mantenere la calma,
e anche la terra e il cielo passeranno,
ma non il Pi greco,
oh no, niente da fare,
esso sta lì con il suo cinque ancora passabile,
un otto niente male, un sette non ultimo,
incitando, ah, incitando
l’indolente eternità a durare.

Wislawa Szymborska (1923-2012)
[fai buon viaggio, meraviglia]

torno

trasloco.jpg

Torno, in una nuova casa. che un po’ somiglia a quella vecchia, un po’ no. Nel trasloco, non ho spolverato nulla, men che meno l’innata pigrizia. Spero passi, in questo duemiladodici che si annuncia pieno di novità. Ci siete? Credo di no, è passato così tanto tempo. Magari tra i propositi del nuovo anno metto anche questo. Un po’ di tempo da dedicare alle parole mie, senza i soliti freni, i soliti blocchi, i soliti timori. Magari tra i propositi. Magari.

La follia dell’amarsi tra gli uomini

[Prologo]

Perché mai Antonio Turnu ha chiesto a me, un teatrante, di presentare il suo ultimo libro di poesie, La voce dell’eterno silenzio. Questa domanda mi tarlava il cervello, nei giorni seguenti al nostro incontro. Ma sei sicuro, ho chiesto. Sì, mi ha risposto. E non c’è stato altro da dire.
Perché Antonio è un amico di parola. Non solo nel senso che dice ciò che fa e fa ciò che dice. È amico di parola perché nella parola è la nostra amicizia, nell’amore per questi piccoli giocattoli di lettere, scritte o pronunciate sopra un palcoscenico.
E a un amico di parola non si dice no.
No è la parola più bella del mondo, secondo Saramago.
Anche sì, è una parola bella, non me ne voglia il maestro.
Sì, Antonio, sì.
Leggerò il libro, per cercare parole che lo raccontino.

Antonio Turnu, La voce dell'eterno silenzio

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